|
|
In seguito ad un seminario tenutosi nel Dojo Ronin Ki Aikido di Novara ho deciso di condividere il mio percorso fisico-mentale legato all’aikidō, disciplina che ho cominciato a praticare due mesi fa. Il fine è principalmente personale, poiché la condivisione avrebbe valore qualora almeno una persona si dimostrasse interessato, mentre il fatto di trascrivere i miei pensieri si rivelerà più che altro utile ad analizzare l’evoluzione del mio pensiero. Verba volant, scripta manent. Ciò non sarà importante per il mio percorso, un continuo e dinamico divenire, ma assumerà la funzione di testimoniare la sua mutevolezza. E proprio per la natura del mio pensiero, nessuna posizione da me espressa assumerà l’arroganza di essere verità assoluta e definitiva, quanto piuttosto sempre imperfetta e discutibile.
Il termine aikidō (dal giapponese 合気道), come spesso accade per i termini asiatici, può assumere molti significati e proprio questa sua caratteristica lascia una certa libertà interpretativa a chi ne pratica la disciplina. Armonia ed energia universale sono certamente concetti sui quali l’aikidō si basa, ma è difficile capirne il reale significato. Prendiamo per esempio il termine ki (qi o chi per i cinesi) inteso come energia cosmica. Per l’occidentale medio l’energia è qualcosa di fisico, qualcosa di calcolabile numericamente, nonché di analizzabile tecnologicamente. Di contro, l’orientale medio avrà probabilmente una concezione differente, dettata dalla propria cultura e dalle proprie esperienze. Si potrebbe supporre che un aikidōka giapponese (aikidōka, colui che pratica l’aikido) conosca per certo il “corretto” concetto di ki, così come saprebbe inquadrare il termine aikidō in maniera più definita di quanto potrebbe fare un aikidōka non giapponese. Ma forse non è così, in quanto il ki e conseguentemente l’aikidō non è, per sua stessa natura, definibile in maniera assoluta. Nessuno può dire cosa sia esattamente il ki e nessuno può quindi conoscere la “giusta” via o disciplina (do) per entrarne in armonia (ai). Questa inafferrabilità semantica e concettuale destabilizza soprattutto noi occidentali, culturalmente abituati ad una rigida e ben strutturata classificazione di tutte le cose. A partire dai filosofi dell’antica Grecia come Pitagora e Democrito e proseguendo con quelli di età cristiana fino ai tempi recenti si è sviluppata quella che si potrebbe definire “conoscenza razionale”, ponendo l’osservatore al di fuori del circostante ed affidando tutto ciò che non sia intellegibile e spiegabile alla religione. Il misticismo orientale, invece, predilige la “conoscenza intuitiva” come strumento di comprensione. Non catalogare, determinare o assolutizzare, ma intuire, sentire e percepire, entrando in armonia ed equilibrio tra se stessi e l’universo. Ed è così che nel mio percorso sto cercando non di definire cos’è l’aikidō quanto piuttosto di partecipare alla sua essenza, per esserne parte integrante in quanto manifestazione del ki.
Descrivere questo stato di percezione non è difficile, è impossibile. La conoscenza assoluta si proietta nell’essenza assoluta, il Brahman, di cui le Upaniṣad induiste ne parlano così: “Ivi non giunge la vista, né la parola, e neppure la mente. Non sappiamo né conosciamo in quale modo Lo si possa insegnare…” (da Kena-upaniṣad, I, 3). I buddhisti lo identificano con il Dharmakaya, il corpo dell’essere, ed i taoisti con il Tao, di cui Lao-tzu dice: “Il Tao di cui può essere detto non è l’eterno Tao” (prima riga del Tao-te-ching). Da qui l’importanza dell’intuizione come strumento di conoscenza. Tale intuizione è facilitata e catalizzata dalle pratiche meditative, non necessariamente statiche come lo zazen ma anche dinamiche come il T’ai Chi Ch’uan. Nello stesso modo percepisco l’aikidō: una ricerca meditativa che mi conduca alla conoscenza assoluta, in armonia con il ki. La mia indole analitica e razionale ancora mi contraddistingue nell’osservare e mettere in pratica una tecnica. La studio, la scindo, la sminuzzo all’infinito cercando di carpirne la dinamica e l’essenza. Questo potrebbe sembrare in contraddizione con l’interpretazione meditativa precedentemente attribuita all’aikidō, ma non è così. Qualunque aikidōka ha provato la stupefacente sensazione dell’intuizione: ciò che fino a poco prima sembrava oscuro ed incomprensibile diventa in un preciso istante chiaro e fluido come l’acqua, il corpo esegue allora con grazia e naturalezza movimenti che prima trovava scomodi e difficili. Sembrerebbe che i mistici orientali abbiano ragione nell’indicare la conoscenza intuitiva come l’unica via. Ma se ogni cosa dell’universo, noi compresi, fa parte dell’armoniosa e dinamica energia cosmica, come è possibile vedere la ragione come qualcosa di esterno, di inefficace alla partecipazione stessa del ki? Immagino dunque il T’ai-chi T’u, o Diagramma della Realtà Ultima, e nella mia mente i pensieri di ciclicità ed eterno divenire prendono forma. Altrettanto chiaro mi risulta la contrapposizione degli opposti che si integra con la loro dinamica complementareità. Questo dualismo caratteristico del pensiero taoista può essere utilizzato per comprendere meglio la mia posizione. Se ammettessimo che gli opposti “ragione” ed “intuizione” siano parti integranti l’uno dell’altro e che l’esistenza della ragione è già insita in quella dell’intuizione e viceversa, allora valorizzare una a discapito dell’altra non avrebbe senso. Posso “ragionevolmente” affermare che l’improvvisa intuizione che mi aiuta nell’apprendimento di una tecnica sia in realtà la naturale evoluzione del processo razionale attuato in precedenza e che in quel ragionamento fosse già presente l’intuizione stessa. Ecco che anche ciò che caratterizza il pensiero occidentale, la ragione, può trovare la sua posizione nella ricerca dell’essenza assoluta tramite la pratica dell’aikidō. D’altronde nello stesso periodo in cui Lao-tzu sviluppava il taoismo anche in occidente qualcuno elaborava concetti simili: il greco Eraclito da Efeso non solo sosteneva il motto πάντα ῥεῖ (Panta rei, “tutto scorre”) ad indicare la continua mutevolezza delle cose ma riteneva che la reciprocità degli opposti fosse alla base dell’intero universo. Nelle sue parole “La strada all’in su e all’in giù è una sola e la medesima” ed ancora “Le cose fredde si riscaldano, il caldo si raffredda, l’umido si dissecca, il riarso si inumidisce” ritroviamo il pensiero di Lao Tzu: “Il difficile e il facile si completano l’un l’altro… i suoni e la voce si armonizzano l’un l’altro; il prima e il dopo si seguono l’un l’altro”. La ragione che diventa intuizione, una tecnica che da difficile diventa facile. Ed ecco che nell’aikidō, la meditazione non è più soltanto individuale ma collettiva, condivisa. La figura dell’uke (colui che riceve la tecnica e che generalmente “attacca”, dal giapponese 受け) si contrappone a quella del tori, o shite, o nage (colui che proietta o comunque esegue la tecnica, dal giapponese 投げ). Ma se accettiamo che l’uke sta eseguendo anche lui una tecnica e che l’esecuzione di una contromossa da parte del nage conferisce a quest’ultimo una condizione di supremazia, quindi di potenziale attacco, dov’è che realmente si trova la demarcazione che stabilisce chi sia uno e chi sia l’altro. Il nage è in realtà un uke e viceversa, e non per la temporale alternanza nell’esecuzione delle tecniche quanto per il fatto di possedere in se il proprio opposto in potenza. Immaginando di osservare dall’alto i due aikidōka nella dinamica di una tecnica la mia mente non ha difficoltà nel mutare la scena reale nel T’ai-chi T’u che rotea sul proprio asse, mantenendo nella sua circolarità l’armonia (ai) e fondendo i due opposti in una indistinguibile unità energetica assoluta (ki).
All’interno di un dojo si crea tendenzialmente una certa uniformità interpretativa nei riguardo dell’aikidō. Tale omogeneità viene meno durante i seminari, poiché ci si ritrova a confrontarsi con aikidōka provenienti da altre nazioni, da altri dojo, ed ognuno sta seguendo un proprio percorso all’interno della disciplina. C’è chi vede l’aikidō principalmente dal punto di vista marziale, c’è chi lo definisce come amore e c’è chi invece lo interpreta come una danza. Nell’Induismo i cicli cosmici e l’alternanza della vita e della morte vengono rappresentati con la danza di Śiva. Ancora nel buddhismo tibetano un lama definì così il proprio concetto di materia: “Tutte le cose… sono aggregati di atomi che danzano e con i loro movimenti producono suoni. Quando il ritmo della danza cambia, cambia anche il suono prodotto… ciascun atomo canta perennemente la sua canzone, e il suono, in ogni istante, crea forme dense e tenui” (da Tibetan Journey, Alexandra David-Neel). Mi torna alla mente l’immagine dall’alto dell’uke e del nage, fusi in una continua e costante danza cosmica. La materia di cui siamo composti è in realtà energia, e dal macroscopico al sub-atomico tutto si relaziona in un continuo scambio e mutamento, dove gli opposti in realtà esistono solo come preconcetti mentali. Ed allora non è difficile immaginare l’aikidō come devastante arte marziale ma anche come amore, una danza ma anche una forma di meditazione, una ricerca mediante l’intuizione ma anche attraverso la ragione. Fossilizzarsi nella propria interpretazione dell’aikidō, assolutizzandone il significato, è pura illusione frutto dei concetti precostituiti della mente. Il prendere una posizione nasce dall’esigenza di contrapporsi ad un’altra opposta alla propria, e poiché l’una non può esserci senza l’altra nella realtà entrambe non esistono ma fanno parte di un’unica essenza assoluta. Ad essa verte dunque la mia continua ricerca all’interno dell’armonia dell’energia cosmica. Aikidō.
“Rendersi invincibile significa conoscere se stessi”
L’arte della Guerra, Sun Tzu
Riflessione:
In una fase della storia umana in cui l’apparire è diventato più importante dell’essere il tempo dedicato a conoscere se stessi è davvero poco. Indotti da un ritmo di vita frenetico ed alienante, si è portati a porre poca attenzione su ciò che veramente è importante: la consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Tentando di imitare qualcun altro (una diva del cinema, un calciatore, un famoso scienziato, un’amica, un parente etc.) si finisce inevitabilmente col provare una costante sensazione di fallimento, che alla lunga genera malessere e svilimento. Questo stato d’animo rende la propria persona vulnerabile alle difficoltà della vita, producendo disorientamento ed insoddisfazione. Perché perdere tempo nel tentativo di essere qualcuno di diverso quando abbiamo una sola vita per capire chi siamo e che contributo possiamo dare al mondo? Ed allora analizzare i propri comportamenti, correggere i propri difetti e cercare di vivere in armonia col mondo diventano priorità necessarie alla propria crescita individuale. Le conseguenze dei nostri miglioramenti si riflettono nella vita quotidiana e le soddisfazioni che esse generano creano inevitabilmente uno stato di serena realizzazione personale. L’autostima crescerà di pari passo con il rispetto da parte di chi ci è attorno ed ogni nuova difficoltà verrà affrontata con rinnovata vitalità e fiducia. Non è un caso che le parole dello stratega cinese Sun Tzu trovino riscontro con l’incisione sul frontone del tempo di Apollo a Delphi “Γνῶθι σαυτόν” (gnôthi sautón), conosci te stesso.
Un percorso difficile lungo una vita ma che vale la pena affrontare, così da poter godere appieno di ciò che il destino ci riserva.
“Il movimento è spesso in grado di sostituirsi alla medicina. Nessuna medicina può sostituire il movimento”
Tissot
Riflessione:
Mens sana in corpore sano, “mente sana in un corpo sano” diceva Giovenale nelle sue Satirae. I filosofi taoisti d’altro canto ritenevano che dare troppa importanza alla parte superiore del corpo (la mente, le emozioni) a scapito di quella inferiore (l’organismo) creasse un disequilibrio tra yin e yang, generando un malessere diffuso nella persona. Apparentemente i saggi di ogni epoca e luogo convengono su un fatto: nutrire solo il cervello e trascurare il corpo è deleterio per la propria salute psico-fisica. Da ciò si evince che molti dei mali che affliggono le persone potrebbero essere risolti con una costante ed accorta pratica fisica unita ad una corretta alimentazione. Problemi come emicrania, depressione, inefficienza immunitaria e patologie cardiovascolari, potrebbero essere curati e soprattutto prevenuti correggendo alcune abitudini quotidiane. Di conseguenza la notte si riposerà meglio, il cervello sarà più efficiente e si acquisirà maggiore resistenza alle malattie. Ed allora sarà chiaro che non è necessario imbottirsi di paracetamolo per star bene, che non sempre gli antidepressivi sono una soluzione e soprattutto che non c’è miglior cura di una vita equilibrata.
Nella mia personale esperienza posso suggerire alcune pratiche adatte a tutte le età e condizioni fisiche: Qi Gong e Tai Ji Quan, come discipline più morbide, e l’Aikido per chi cercasse qualcosa di più dinamico.
Paesaggi mozzafiato, fotografia meravigliosa ed una storia vera da raccontare. Questi gli ingredienti per un grande film utilizzati in maniera perfetta dal regista giapponese Koreyoshi Kurahara in Nankyoku Monogatari (“Storia del Polo Sud”). L’Antartide come non l’avete mai vista, in tutta la sua meravigliosa immensità e terribile spietatezza. Per gli amanti del genere davvero impossibile non apprezzare questa pellicola…
Curiosità: La colonna sonora è stata scritta dal tastierista greco Vangelis autore di molte altre soundtrack (es. Blade Runner). Mai in un film la musica è così in simbiosi con le immagini! Toccante, intensa, emozionante… insomma perfetta!
Riflessione:
Le tematiche affrontate nel film sono molteplici, ma due sembrano prevalere su tutte: la spietatezza della natura che mette in mostra i limiti umani e la moralità dell’uomo nello sfruttare gli animali per i propri scopi. L’innata curiosità e l’indomabile perseveranza di alcune personalità hanno scritto la storia dell’esplorazione geografica e della ricerca scientifica. Non c’è luogo sulla Terra in cui l’uomo non abbia tentato di arrivare: dall’immensità dei cieli alle profondità della crosta terrestre, dai torridi deserti alle gelide distese polari. Molti hanno tentato imprese all’apparenza impossibili e solo pochi sono riusciti a compierle. Ciononostante la specie umana non ha mai arrestato la propria sete di conoscenza, tentando sempre di superare i propri limiti. L’Antartide è ancora oggi uno dei luoghi più inaccessibili: le condizioni climatiche sono così estreme che, nonostante il progresso tecnologico raggiunto, si impone un’attenzione assoluta in tutti gli aspetti di una spedizione, dove l’errore lo si paga spesso con la vita. I protagonisti di queste imprese sono alla stregua degli eroi, per il coraggio ed il contributo che le loro esperienze danno alla comunità mondiale. Ma altri esseri viventi condividono gioie e dolori con loro: gli animali che spesso accompagnano tali spedizioni. Le slitte trainate dai cani si dimostrano tutt’oggi uno dei migliori mezzi di locomozione negli ambienti polari. Gli husky, i malamute o i karafuto, come nel caso della spedizione giapponese, sono cani selezionati nel corso dei secoli per resistere alle estreme condizioni artiche. Benché questi animali siano stati “creati” per questo genere di attività, è lecito chiedersi quanto moralmente giusto sia coinvolgerli in queste rischiose imprese. La loro presenza è importante per la buona riuscita delle spedizioni: mezzo di locomozione, basso costo di mantenimento ed all’occorrenza fonte di cibo in caso di emergenza. La razionalità nel giudicare i fatti viene a volte schiacciata dall’emotività, per cui è difficile avere una posizione condivisa riguardo una tematatica così delicata. Il film ha il pregio di evidenziare questa conflittualità, il tutto enfatizzato dall’incredibile atmosfera antartica. Morire in un’impresa senza aver potuto scegliere se parteciparvi o scegliere di lasciar morire conducendo una vita di rimorsi? Una risposta non facile…
Cosa vuol dire vivere con gli animali, capirne i gesti e comprenderne i linguaggi? I pesci possono essere passionali? Le tortore possono essere animali di una ferocia inaudita? Se invece di portare a spasso il proprio cane vi ritrovaste a girare con un gruppo di taccole pronte a seguirvi ovunque? Ed infine, potrebbe un’oca convincersi di essere un umano e riconoscere qualcuno come la propria madre naturale?
Konrad Lorenz, uno dei padri fondatori dell’etologia animale, ci racconta queste ed altre incredibili storie che hanno come protagonisti lui ed i suoi animali analizzandone scientificamente ma anche con affetto i comportamenti più incredibili.
“[...] L’enorme sensibilità di certi animali che colgono movimenti espressivi quasi impercettibili, come ad esempio del cane che percepisce i sentimenti amichevoli o ostili del suo padrone verso un’altra persona, è una cosa veramente straordinaria, e non è quindi strano che l’osservatore ingenuo, portato ad antropomorfizzare, creda che una creatura, capace <<perfino>> di indovinare dei pensieri così intimi e inespressi, debba <<a maggior ragione>> comprendere ogni vera e propria parola pronunciata dal suo padrone. A questo proposito si dimentica però che negli animali sociali la capacità di comprendere anche i più lievi movimenti espressivi è così enormemente sviluppata proprio perché essi non comprendono la parola, proprio perché non sono in grado di parlare [...]“
da L’anello di Re Salomone, Konrad Lorenz
Riflessione:
La parola ha svolto nell’evoluzione sociale dell’uomo un ruolo fondamentale. Grazie ad essa è nata la cultura come conoscenza tramandabile di generazione in generazione, consentendo ai progressi acquisiti di non andare persi nel corso del tempo. Uno scimpanzè, osservando gli altri membri del gruppo, impara ad utilizzare un ramoscello per stanare le termiti ma qualora rimanesse solo prima di aver acquisito tale tecnica difficilmente arriverà a congeniarla ex novo. L’uomo è andato oltre l’emulazione dei propri simili, ha sviluppato il linguaggio parlato che consente di farsi comprendere senza dover necessariamente mostrare ciò di cui si sta parlando. Ha inventato la scrittura, che oltre a non richiedere una dimostrazione pratica per comprendere l’argomento trattato non necessita neanche della presenza di un altro essere umano. Così la conoscenza può essere trasmessa oltre i confini del tempo e dello spazio, consentendo all’uomo di proseguire l’interminabile strada verso il progresso. Eppure, benché il linguaggio parlato dell’uomo sia così straordinario, ancora oggi mille incomprensioni nascono ogni giorno. Maschi e femmine spesso non si comprendono nelle situazioni più elementari; un rapinatore può uccidere perché male interpreta i gesti della vittima decisa a collaborare; un politico può giocarsi la carriera per un’affermazione fraintesa. Nel mondo animale questo genere di incomprensioni non sono affatto frequenti. Un lupo maschio che sfida l’individuo alpha del branco sa bene che qualora soccombesse l’unica cosa da fare per sopravvivere è mostrare al vincitore la parte più vulnerabile del proprio corpo, il collo, ed allora scatterà un’istintiva inibizione nell’avversario che sarà impossibilitato ad affondare il morso finale. Qualora in una situazione concitata una femmina di gorilla di montagna volesse non lasciare dubbi circa la propria sottomissione nei confronti del silverback capobranco basterà chinare il capo ed abbassarsi il più possibile e mai riceverà una percossa o qualunque altra violenza. Sono pochi gli animali che sembrano aver perso in parte queste capacità comunicative, uno di questi è il cane. Selezionato dall’uomo nel corso dei millenni il cane è diventato col tempo sempre più simile al proprio padrone/compagno, perdendo la capacità di vivere in armonia con i membri della propria specie. Non sempre mostrare il collo o schiacciarsi a terra sortirà un atto di clemenza da parte del vincitore, e non raramente si sente di cani che si sbranano a vicenda fino alla morte. E’ ormai accertato che quando la densità di una popolazione raggiunge livelli eccessivi lo stress e l’aggressività sono i primi sintomi a palesarsi come indice di malessere, e non rare sono le situazioni nel mondo che presentano questa condizione. Gli animali che vivono in contesti urbani sono probabilmente ancora più recettivi a questo genere di percezioni ed i loro comportamenti si snaturano di conseguenza. L’uomo, come il cane, è un animale sociale e come tale fa del linguaggio il mezzo di comunicazione per eccellenza. Nel corso dei millenni stiamo perdendo le nostre capacità comunicative, moltiplicando le incomprensioni e generando una situazione sempre più difficile da gestire. Sono fermamente convinto che sia richiesto uno sforzo individuale e personale affinché si inverta tale tendenza, riacquistando il valore fondamentale del linguaggio. Evitare gli scatti d’ira, le violenze verbali, le gestualità offensive, lo scherno intimidatorio ed altri simili atteggiamenti, può solo che contribuire ad un miglioramento qualitativo della convivenza sociale. Se ci si porge agli altri con cortesia e rispetto, ci si rende disponibili e pronti al dialogo, si verrà sempre tenuti in alta considerazione da chi si ha intorno; e tale sentimento non può che essere condiviso e presto contraccambiato poiché qualora fosse largamente diffuso, chi ancora preservasse atteggiamenti aggressivi e modi irrispettosi verrebbe automaticamente emarginato dal resto della società. Ed allora resteranno soltanto due scelte: cambiare o rimanere soli.
Questa meravigliosa raccolta permette di carpire la vera essenza di Edgar Allan Poe. I misteri che avvoltono le sue storie, le forze sovrannaturali dei protagonisti o le drammatiche sensazioni che suscitano il susseguirsi degli eventi descritti con magistrale capacità sono soltanto alcune delle caratteristiche tipiche dei suoi racconti. L’autore ha fatto del mistero non solo la propria ragione di vita ma anche la propria condizione di morte, avvenuta in situazioni mai state chiarite!
“Per il folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né sollecito credito alcuno. Sarei matto ad aspettarmelo in un caso in cui i miei stessi sensi respingono quanto hanno direttamente sperimentato. Matto non sono e certamente non sto sognando, ma domani morirò e oggi voglio liberarmi l’anima. Il mio scopo immediato è quello di esporre al mondo pianamente e succintamente una serie di semplici eventi domestici, senza commentarli. Le loro conseguenze mi hanno terrorizzato, torturato, distrutto, ma non tenterò di spiegarli. Per me hanno significato nient’altro che orrore, ma per molti sembreranno meno terribili che barocchi. Si potrà, forse, trovare qualche intelletto che ridurrà il mio fantasma ad un luogo comune – qualche intelletto più calmo, più logico e molto meno eccitabile del mio che possa cogliere nelle circostanze che io evoco con timore, nient’altro che una normale successione di cause ed effetti naturalissimi [...]“
da Il gatto nero, Edgar Allan Poe
Riflessione:
La paura è innata sin dai primi mesi di vita. In ogni fase della propria crescita si evidenziano varie circostanze che suscitano nell’animo condizioni di paura, terrore o più semplicemente disagio. Normalmente molte cose di cui si teme da bambini diventano per lo più innocue da adulti, quando al contrario ci si inizia a preoccupare di fattori che in età giovanile non venivano neanche presi in considerazione. Il tutto sembra legato quindi alla quotidianità che ci si ritrova ad affrontare nelle diverse fasi della propria vita. Un infante sarà meno preoccupato dalla morte di quanto non lo sia un anziano, così come un adulto proverà meno disagio in una condizione di oscurità rispetto ad un bambino. Tutto questo può trovare delle spiegazioni ovvie se pensiamo a quali sono gli obiettivi primari di ogni età: durante l’infanzia la curiosità è il motore trainante verso la scoperta del mondo ed un eccessivo timore potrebbe ostacolare questa importantissima fase d’apprendimento; mano a mano si diventa poi meno incoscienti e temerari, rinunciando a nuove esperienze in favore della propria stabilità e sicurezza. Finché non si è maturi saranno i propri genitori e parenti a provvedere agli aspetti più duri della vita: garantire casa, cibo e salute sono tutte cose a cui un giovane non deve pensare, vedendosi incrementare il tempo disponibile ad altre attività, anche le più rischiose. L’adulto invece non ha nessuno che provvede ai propri bisogni e deve necessariamente dedicare gran parte del tempo all’adempimento delle proprie responsabilità. Ogni fase della vita offre dunque differenti situazioni di terrore, ma non per tutti tale processo è così lineare: ci sono persone che amano mettere continuamente in pericolo la propria incolumità per provare emozioni forti; altre invece si portano dietro fobie per tutta la propria esistenza: aracnofobia (paura dei ragni), agorafobia (paura dei luoghi non familiari), xenofobia (paura del diverso), idrofobia (paura dell’acqua), ognuna di esse comporta l’impossibilità di vivere una vita serena e ciononostante sono tra le più comuni. Ma da cosa dipende tutto ciò? Credo che sia dovuto principalmente al tipo di esperienze che si fanno: un bambino abituato a giocare fuori casa in mezzo alla campagna sarà difficilmente spaventato dagli insetti ma al tempo stesso potrebbe essere terrorizzato dal clown di qualche fast food tanto caro ai bambini di città; chi conduce attività speleologica sarà meno suscettibile all’oscurità rispetto a chi non si è mai calato in una grotta attaccato ad una corda e circondato da pipistrelli allarmati; altre volte invece incidenti più o meno gravi scatenano turbamenti emotivi difficili da superare. Le esperienze condizionano dunque la nostra percezione del pericolo che ci porta ad assumere comportamenti spesso irrazionali, ma soprattutto ci fa dimenticare l’aspetto più importante: il fattore di rischio non è soggettivo. La possibilità di cadere dalla Tour Eiffel mentre si osserva il panorama non aumenta se siamo atterriti dall’idea di schiantarci al suolo. L’affrontare un viaggio in macchina perché si ha paura di prendere l’aereo non rispecchia il reale rischio di fare un incidente, dato che facendo tutte le considerazioni del caso risulta statisticamente accertato che è più probabile morire in un incidente automobilistico che aereo. Ognuno di noi percepisce i pericoli in maniera diversa senza però comprenderne l’oggettiva pericolosità. Ciò che può aiutarci è allora un continuo impegno sul superamento delle proprie fobie, basato sulla studio delle loro cause, spesso legate all’ignoranza o agli input provenienti dalla società. L’ignoto ha sempre fatto paura perché non da certezze, ed allora basta impegnarsi nella scoperta e nella comprensione di ciò che non si conosce così da trasformare un’instabilità emotiva in una tranquillità razionale. Il samurai non temeva la morte poiché ne studiava l’essenza e l’accettava come conseguenza della vita. Se si fugge dalle proprie debolezze non si riuscirà mai a seminarle poiché sono profondamente radicate nel nostro animo.
Amminoacidi, cromosomi, batteri, sistema nervoso, evoluzione, vitamine, morte…
Parole che sentiamo tutti i giorni ma che hanno richiesto secoli di ricerche prima di capirne il vero significato. Uomini che hanno sacrificato una vita intera per svelare i misteri della mente o il segreto del successo evolutivo dei batteri! Come ha reagito il mondo scientifico quando venne trovato l’albero della gomma? E’ possibile fare una scoperta mentre si fanno esperimenti in cucina di nascosto dalla propria moglie? La biologia è lo studio della vita, dunque perché non studiarla in modo vivace? Questo libro farà apprezzare in maniera divertente ma competente la storia della biologia.
“Può sembrare un paradosso il fatto che fino a poco tempo fa l’uomo conoscesse così poco del proprio corpo. Più o meno trecento anni fa è stata scoperta e studiata la circolazione del sangue e solo negli ultimi cinquant’anni si è individuata la funzione di molti organi.”
Isaac Asimov
Riflessione:
Essendo la mia formazione di carattere sia umanistico sia scientifico non posso fare a meno di domandarmi cosa significhi realmente “biologia”. L’etimologia ci da una risposta precisa ma al tempo stesso insoddisfacente: βίος (bìos, “vita” in greco) e λόγος (lògos, “parola” o “discorso” in greco, quindi “studio”). Lo studio della vita. Così su due piedi mi sembra un’impresa ambiziosa se l’attenzione non venisse focalizzata soltanto su alcuni aspetti della vita. Fisiologia, anatomia, citologia, neurologia… tutti questi ambiti materialistici possono essere racchiusi nella grande categoria denominata biologia. E la psiche? L’emotività, l’empatia, l’istinto, non sono anch’essi profondamente connessi con la vita? Benché esista gente con un cuore di pietra non ho mai sentito parlare di un sasso innamorato. Quindi, forse, il termine più corretto sarebbe stato “organismologia”, incentrando il proprio studio sulla struttura e l’organizzazione degli organi componenti gli esseri viventi e liberando la biologia dal precedente vincolo semantico, assumendo un significato nuovo, più ampio e profondo. Si occuperebbe di capire perché la Biston betularia presenti variazioni di colorazione in rapporto al melanismo industriale (maggiore presenza di individui scuri nelle zone altamente industrializzate); analizzerebbe la psicologia di un leone mentre uccide l’intera prole del precedente capobranco; o magari si interrogherebbe sul significato dell’amore. Studiare la vita in ogni suo aspetto, comprendere ciò che è vivo distinguendolo da ciò che non lo è. Benché l’estenzione del campo d’indagine della biologia mi sembrerebbe più corretto, ancora non mi soddisferebbe del tutto. La distinzione tra l’animato e l’inanimato mi appare troppo netta e gerarchizzante. Più il progresso scientifico avanza più sembrerebbe che il concetto di materia venga sostituito da quello di stato energetico. Entrando nel sub-atomico ci si rende conto quanto anche gli elementi fondamentali che comporrebbero ogni cosa non siano altro che stati di energia in continua variazione. Un costante ed eterno divenire. Per millenni l’uomo ha cercato di trovare la particella che costituisce il tutto, ma più si addentra in tale ricerca e più si rende conto che non esiste nulla del genere. Ogni cosa è fondamentalmente formata da energia: il fotone, l’elettrone, l’atomo, la molecola, il cristallo, la cellula, il batterio, l’albero, la luna, il Sole… l’uomo! Tutto è fatto della stessa energia, in condizioni e stati differenti. Se allora siamo della stessa natura delle stelle, che senso avrebbe distinguerci da un sasso, che senso avrebbe distinguere qualcosa di vivo da qualcosa di non vivo. Certo, per una cultura che ha posto l’uomo al centro del cosmo per oltre duemila anni questo potrebbe svilire un pochino la propria autostima. Eppure credo che la reazione dovrebbe essere opposta: sentirsi forti di essere parte di ogni cosa, di essere tutt’uno con l’intero universo; avere l’energia del Sole, l’immensità dello spazio, la durezza della roccia e la forza dell’acqua! E consci di questa partecipazione universale ci sentiremmo più solidali l’uno con l’altro, più rispettosi dell’ambiente, più grati di ogni giorno speso a contribuire ad una tale grandezza; abbatteremmo tutte le barriere culturali e le disuguaglianze sociali, permettendo a tutti di intraprendere ciò che io intendo per aikidō, la via dell’armonia con l’universo.
Cosa intendiamo quando parliamo di scienza? Quali ostacoli l’uomo deve superare per comprendere la complessità dell’universo? Come funziona il reattore di un razzo? Chi ha inventato la tavola periodica degli elementi?
Queste e moltissime altre curiosità potranno essere soddisfatte leggendo “Il libro di fisica” di Isaac Asimov. Le leggi e la natura del nostro mondo raccontate in modo semplice ed accattivante. L’approccio dell’autore è fortemente antropocentrico e pone l’accento sulle difficoltà che nel corso della storia l’uomo ha dovuto affrontare per soddisfare le proprie esigenze e curiosità. Dall’epoca dei greci fino ai viaggi nello spazio, un percorso fatto di nomi, storie e divertenti aneddoti!
“All’inizio, si può dire, c’era la curiosità. La curiosità, l’intenso desiderio di sapere, non compare nella materia morta, e sembra non essere caratteristica neppure di certe forme di organismi viventi, che, proprio per tale ragione, a gran fatica riusciamo a considerare come viventi.”
Isaac Asimov
Riflessione:
L’ignoto ha sempre suscitato emozioni forti nell’animo umano. Sensazioni che possono sortire effetti negativi come la paura, la timidezza, l’isteria, oppure effetti positivi quali la curiosità. Questo sentimento sembra avere poco peso nella vita di tutti i giorni: siamo curiosi circa una persona appena conosciuta, oppure verso un libro la cui copertina ha attirato il nostro sguardo, o magari riguardo il sapore di un piatto il cui profumo scatena in noi ogni genere di percezione. Tutte situazioni quotidiane che apparentemente non hanno valore al di là della nostra personale esperienza. Ma se pensiamo ad esempio alle scoperte astronomiche compiute da Galileo Galilei, agli studi ingegneristici di Leonardo da Vinci, oppure ai viaggi di Magellano, ci rendiamo conto di quanto invece è potente la forza della curiosità. Al tempo stesso è grazie ad essa che la civiltà umana ha conosciuto un progresso tecnologico e culturale così eccezionale. Ricordo quando da bambino feci una relazione a piacere parlando di internet, che allora era per lo più sconosciuto a molti, cercando di far comprendere il potenziale comunicativo di un tale strumento. Al che i presenti erano incuriositi alquanto riguardo come fosse possibile esprimere un’emozione attraverso un computer: semplice! Risposi io… se sei felice basta digitare i due punti e la chiusura di una parentesi tonda, dopodiché basterà piegare la testa verso la propria spalla sinistra ed il gioco è fatto! Era curioso vedere l’intera classe, compresa la mia insegnante di italiano, con il capo inclinato e lo sguardo assorto nell’ammirare una così geniale trovata. Eppure all’epoca nessuno capiva quali fossero le reali potenzialità di internet e senza la curiosità continua degli utenti e l’abilità degli informatici migliaia di persone piegherebbero ora la testa alla fine di questa frase :P. Senza un’indole indagatrice associata ad una mente immaginifica non saremmo diversi da un batterio che si limita a rispondere agli stimoli ambientali che lo aiutano a sopravvivere. Ed allora la curiosità è qualcosa che va coltivata, stimolata e suscitata, soprattutto quando si assumono ruoli educativi: un bambino privo di curiosità sarà destinato ad una vita apatica e poco gratificante, ed è nostra responsabilità impegnarci affinché ciò non accada. Nelle giovani generazioni risiede la sopravvivenza della nostra specie e porre attenzione su di loro è un regalo fatto a noi stessi ed all’umanità. Innalzare ad un tale obiettivo questo impegno quotidiano potrebbe farlo apparire arduo od addirittura impossibile, ma poiché la curiosità è parte stessa dell’essere umano non bisogna far altro che seguire la propria natura, felici della certezza che mai potrà essere soddisfatta, accompagnandoci lungo tutta la durata della nostra vita.
Libro capolavoro sull’arte della guerra e le sue strategie, frutto della secolare cultura della Cina antica. Valido anche per le moderne strategia di mercato nonché nella vita di tutti i giorni. Come rapportarsi con una persona alla quale volete strappare un accordo? Qual’è il modo migliore di porsi dinnanzi ad una situazione estremamente svantaggiosa?
Questa meravigliosa edizione a cura di Gianluca Magi offre molte informazioni interessanti, integrando ogni stratagemma con una ricca spiegazione ed una esaustiva illustrazione storica.
I stratagemma
“Attraversare il mare per ingannare il cielo”
Commento
“Predisporre regole per ogni circostanza impigrisce la volontà. Ciò che si trova abitualmente sotto gli occhi non desta sospetto. Le [manovre] segrete (yin) si celano nella luce del giorno (yang). Nel massimo della luce del giorno: la più grande segretezza.”
Spiegazione
“Ciò che è familiare non desta attenzione.”
Proverbio cinese
Riflessione:
Qualcuno potrebbe chiedersi perché un trattato sulla strategia militare dovrebbe aiutarci nella vita di tutti i giorni, considerando un libro scritto secoli fa troppo anacronistico per poter essere applicato ai tempi moderni. Questa analisi risulta certamente troppo superficiale per essere ritenuta valida. Non a caso “I 36 stratagemmi” assieme a “L’arte della guerra” sono tutt’oggi utilizzati come manuali di problem solving da molte grandi aziende internazionali. L’insegnamento che si può trarre da questi testi è la capacità di entrare in sintonia con l’armonia delle leggi universali in modo da risolvere ogni situazione nel modo più semplice e naturale. La sconfitta del nemico senza opporvisi non solo è possibile ma auspicabile, riuscendo persino a volgere a proprio favore le difficoltà incontrate. Nell’antica filosofia cinese, soprattutto confuciana, lo stato era spesso paragonato al corpo umano. E’ di facile intuizione comprendere come il trascurare anche un solo aspetto della propria persona possa generare dei seri problemi di salute, così allo stesso modo se non si affrontasse la gestione di un paese senza l’adeguata preparazione ed attenzione verso ogni suo aspetto uno stato sarebbe inevitabilmente destinato al disfacimento. La guerra e la diplomazia sono settori importanti poiché se mal gestiti possono portare conseguenze devastanti in tempi brevi. Anche noi, nel nostro piccolo, ci ritroviamo quotidianamente a vivere situazioni delicate, spesso in contrapposizione con altri individui. Una corretta condotta diplomatica può quindi far volgere in nostro favore anche le situazioni apparentemente più disperate. Conoscere l’ambiente in cui ci si muove, i costumi e le personalità di chi ci troviamo dinnanzi, comprendere i propri limiti, sono tutti aspetti da tener conto per sapere quando è meglio attendere o ritirarsi e quando invece è il momento di agire. Essere superficiali, dare tutto per scontato ed autocommiserarsi, sono tutti atteggiamenti la cui inevitabile conseguenza può essere solo la disfatta, che si stia gestendo un impero, un’azienda, una famiglia o la propria persona. L’impegno continuo e la cura dei dettagli può solo portare ai migliori risultati auspicabili.
Negli ultimi anni si sta diffondendo anche nel nostro paese una cultura più attenta alle tematiche ambientali. La raccolta differenziata, seppur con molte inefficienze, è ormai praticata su gran parte del territorio nazionale; la gente inizia ad abituarsi a concetti legati alle energie rinnovabili; la crisi economica, inoltre, impone maggior parsimonia nell’utilizzo della macchina ed un consumo più critico dei prodotti di uso quotidiano. Purtroppo però siamo ancora molto lontani dal poterci vantare di virtuosismi in tematiche ambientali, tanto che le grandi città mostrano condizioni igieniche da terzo mondo e l’eccessiva produzione di rifiuti fa pensare a tutto fuorché ad un attivo impegno alla tutela dell’ambiente. In questo grandi responsabilità sono da imputare al governo, che non si prodiga ad informare i cittadini e ad offrire servizi sufficientemente efficienti. Per fortuna internet è una fonte inesauribile di informazioni, a volte anche utili!
E’ il caso del video prodotto da Annie Leonard “La Storia delle Cose”. Un filmato molto semplice ed estremamente chiaro che ci consente di capire meglio il mondo esistente dietro i piccoli acquisti di tutti i giorni. Sembra banale dirlo ma se ognuno di noi stesse più attento a cosa compra il mondo potrebbe godere di un sorprendente giovamento. Acquistare prodotti con il minor numero di imballaggi possibili, bere acqua di rubinetto (lì dove possibile) al posto di quella in bottiglia o magari prediligere prodotti locali a km zero, portebbe ad un risparmio immediato per il singolo cittadino e ne beneficerebbe il pianeta intero in termini ambientali.
Nessuno può cambiare il mondo da solo, ma insieme è possibile! Cominciamo dalle piccole cose e coinvolgiamo chi ancora non ha riflettuto su certe problematiche.
Buona visione!
http://video.google.com/videoplay?docid=-2138416794381091301
|
|